UA-57624205-1

Bike Café #3 Tempi di vita

Siamo partiti da uno spunto lanciato nel precedente Bike Café: è sempre possibile una convivenza tra diverse utenze sulla strada? E se sì, quale convivenza? Come ottenerla? Come far sì che sia pacifica?

La prima riflessione è sulle infrastrutture esistenti: come condividere gli spazi che ci sono già? Ci siamo resi conto che ci sono aree dove la convivenza forse non è proprio possibile, aree che devono essere riservate esclusivamente ai pedoni, ad esempio. Non basta creare delle linee bianche perchè si possa arrivare ad una sana convivenza.

Abbiamo poi ragionato sul futuro della condivisione, come potrebbe essere cambiato l’approccio. Ad esempio, il passaggio da ciclabile e marciapiede affiancati, che costringe i pedoni a stringersi, il ciclista a schivare i pedoni e non permette, per legge, al ciclista di andare in strada, potrebbe essere sostituita da una ciclopedonale, in cui il pedone ha la precedenza, ma che permette al ciclista lento di avere uno spazio più ampio e al ciclista veloce di stare sulla sede stradale.

È evidente che, qualora si riversassero più ciclisti in strada, occorrerebbe poi fare un’operazione di educazione degli automobilisti, anche se l’aumento del numero di ciclisti sarebbe esso stesso un fattore educativo, le macchine sarebbero costrette ad essere più attente e meno veloci.

Come hanno fatto le città del nord Europa, Copenaghen in primis, ad arrivare al livello di ciclabilità e buona convivenza a cui sono giunti? Queste città funzionano secondo tre principi: le zone 30 sono a fruizione mista, tutti gli utenti stanno in strada, insieme,. Le zone urbane a maggiore velocità delimitano le ciclabili (che comunque, per la conformazione della città, sono spesso molto ampie) con delle linee bianche e questo basta a garantire la sicurezza e il rispetto degli spazi; nelle zone ad alta velocità, ci sono anche le protezioni fisiche delle ciclabili (cordoli).

In tutte le città in cui il numero di ciclisti è alto, esiste un’appropriazione forte, a tratti arrogante, della strada da parte dei ciclisti, che sono ben consapevoli dei loro diritti e li difendono con tutti gli altri utenti, anche coi pedoni).

Ci siamo poi fatti una domanda: ma se tutti sanno che stiamo affogando nello smog, se escono statistiche sconfortanti tutti i giorni, come mai non è “automatico” il calo dell’uso della macchina in favore di altri mezzi, pubblici o privati non inquinanti?

Sembra esistere un circolo vizioso: la maggior parte dei cittadini reclama il diritto all’auto, i governanti, che potrebbero dall’altro forzare il cambiamento, sono interessati ai voti della maggioranza dei cittadini e non osano fare politiche scomode e impopolari.

Si finisce incastrati nel loop di “vogliamo la salute (mangiamo bio, ci curiamo, facciamo prevenzione sanitaria)” ma “vogliamo anche la macchina” (paradossalmente, il comportamento meno salutare che abbiamo, quello di inquinare, è vissuto come qualcosa su cui si può soprassedere, in nome del diritti alla velocità, alla comodità).

Si pone il tema della contrapposizione tra diritti individuali e diritti collettivi, che in un mondo ideale dovrebbe prevalere. Davvero solo la coercizione, la proibizione e la sanzione possono funzionare? Si pensi ai casi della legge antifumo o della legge contro l’abusivismo edilizio: in entrambi i casi il diritti collettivi (non far respirare fumo a chi non vuole, non togliere suolo pubblico perché qualcuno se ne impossessi per fini privati) sono stati fatti prevalere attraverso un’imposizione legislativa, dall’alto

Abbiamo poi provato a fare un esercizio di “lateralità, provando a passare dal mondo della realizzabilità a quello della possibilità, della visione, provando ad immaginare soluzioni diverse, non per forza realizzabili. Ecco alcuni spunti emersi:

  • Riappropriarci delle nostre responsabilità: anche le persone buone uccidono, inquinano. Io stesso contribuisco al malessere sociale con alcuni gesti “colpevoli” tra cui prendere la macchina quando non strettamente necessario.
  • I mezzi pubblici devono prendere una centralità nel cambiamento della mobilità
  • Accrescere l’informazione sull’inquinamento e sulla mobilità in forma positiva (dando il buon esempio, pedalando, essendo gentili in strada, ecc), ma anche negativa (spaventando, parlando di morte, di malattie, ecc), consci però che sui messaggi negativi c’è una soglia di tolleranza, legata alla natura umana, oltre la quale nessun messaggio scalfisce più. Alternare, nella comunicazione, bastone (ad esempio gli adesivi per i cattivi parcheggiatori, che sono un modo visibile e duro, ma non violento di comunicare all’altro che mi ha privato di un diritto) e carota.
  • Visualizzare un mondo ideale, una vision, e comportarci di conseguenza, per tendere verso quel sogno
  • Valorizzare i vantaggi di una mobilità leggera, a partire dai TEMPI DI PERCORRENZA
  • Prendere consapevolezza che i miei gesti negativi hanno effetti anche sugli altri (mio figlio, la mia famiglia, i miei cari)
  • Premere come consulta perché Google aggiunga il calcolo del percorso bici (non il percorso su ciclabili), ma un itinerario che tenga in conto della viabilità ciclistica (ad esempio, i sensi unici eccetto bici)
  • Comunicare il REALI costi/benefici dell’uso della macchina e del motorino, che molto spesso sono falsati nella mente di chi li utilizza

Abbiamo concluso facendoci una domanda, a cui tutti hanno dato la propria risposta: perchè scegliamo la bici invece degli altri mezzi?

  • Perché facciamo attività fisica
  • Perché i nostri pensieri possono correre liberi mentre pedaliamo
  • Perché permette di interagire con le persone sulla strada
  • Perché il tempo in bici è tempo per me, quello in macchina è tempo perso
  • Per dare il buon esempio ai miei figli sui temi ecologici
  • Perché mi diverte pedalare, mi piace
  • Perché la macchina mette ansia e aggressività, guidare stressa
  • Perché amo la bicicletta come oggetto e come mezzo
  • Perché non devo pensare al parcheggio
  • Perché la bici mi ricorda l’infanzia, mi fa sentire libero
  • Perché è comoda e veloce anche nelle ore di punta e nelle strade più trafficate
  • Perché mi dà un lavoro
  • Perché mi diverto insieme ai miei bambini
  • Perché è un mezzo pulito, che non inquina il pianeta
  • Perché mi riattiva le energie e mi dà consapevolezza dello spazio

Quali sono le ragioni principali per cui NON usiamo la macchina?

  • Toglie tempo di vita (non posso chiacchierare, leggere, conoscere, interagire)
  • Perchè trasmette sensazioni fisiche negative (se usata come mezzo nel traffico)

Ci siamo lasciati con una riflessione, da rilanciare nel prossimo Bike Café#4: noi, come persone e come gruppo, vogliamo che gli altri smettano di andare in macchina o che vadano in bicicletta?